Economia

Mps, Intesa Sanpaolo vede il traguardo e la partita si sposta su Generali: come cambia adesso il risiko della finanza

Mps, Intesa Sanpaolo vede il traguardo e la partita si sposta su Generali: come cambia adesso il risiko della finanza

Per gli addetti ai lavori la partita di Intesa Sanpaolo su Monte Paschi si è chiusa ieri. L’unica carta che potrebbe giocare eventualmente l’ad di Siena, Luigi Lovaglio, sarebbe il rinvio dell’assemblea del 29 ottobre, ma la Consob potrebbe eccepire senza una motivazione valida.

Ora in molti sono convinti che il terzo tempo del risiko bancario affaccerà su Generali, il custode del risparmio italiano sulla cui governance da anni si intrecciano duelli e si infrangono carriere. Per rendersene conto bastava essere ieri a Torino e ascoltare le parole proferite dai presidenti di due fondazioni socie forti dei protagonisti del riassetto finanziario in corso. Anna Maria Poggi, numero uno di Fondazione Crt (azionista di Unicredit e del Leone), si è augurata «per il bene del sistema che questa grande azienda (le Generali, ndr), che è la più grande azienda italiana in questo settore, trovi una stabilità». Giovanni Azzone, al vertice di Cariplo (socia di Intesa Sanpaolo), ha fatto eco rimarcando che «l’operazione per gli azionisti di Intesa Sanpaolo e per il Paese è coerente con quello che sta succedendo a livello europeo. Dare una governance solida a chi gestisce gran parte del risparmio del nostro Paese». Perché con la presa di Rocca Salimbeni, il gruppo guidato da Carlo Messina erediterà dalla controllata Mediobanca anche il 13,2% della compagnia assicurativa, di cui ha già un 3% in derivati. Percentuali che ne faranno il primo azionista di Trieste davanti a un altro istituzionale, ovvero l’Unicredit di Andrea Orcel, che ne detiene il 9%. Ma la convivenza se sarà destinata a durare? Se lo chiedono in tanti. Perché gli interessi delle due banche divergono, data la differenza dei rispettivi business. E perché l’azionariato di Generali cambierà con nuovi intrecci. Ca’ de Sass infatti si troverà accanto al gruppo Caltagirone (6,3%), alla Delfin della famiglia Del Vecchio (10,1%) e alla Edizione della famiglia Benetton (4,9%), gli stessi soci che hanno annunciato di scaricare le offerte di Lovaglio su Banco Bpm e Banca Generali. E che — se aderiranno all’Opas avversaria di Carlo Messina — si troveranno soci della Ca’ de Sass rispettivamente con il 2,9%, il 3,8% e lo 0,7% accanto alle fondazioni bancarie titolari del 10%. Un nuovo assetto tricolore, insomma, ma che dovrà trovare un suo equilibrio. E che potrebbe riverberarsi sulla governance di Generali, oggi impegnata in quello che potrebbe apparire un arrocco. Il board infatti ha approvato l’integrazione con Alleanza e ad agosto aveva licenziato una nota in cui si diceva «disponibile a valutare l’offerta» di Siena che i rumors volevano impegnata a proporre una collaborazione nella bancassurance al posto di Axa, partner in scadenza dell’istituto toscano. 

Già, le collaborazioni. Non è un mistero che anche Unicredit stia esplorando con il ceo Philippe Donnet possibilità di sinergie distributive nel risparmio. E non è un mistero che Orcel, dopo Banco Bpm e Mediobanca, abbia tra i suoi desideri anche Banca Generali. Insomma, sul tavolo le opzioni non mancano per aiutare l’istituto di Piazza Gae Aulenti a ricostituire le fabbriche prodotto e al contempo fare ricco il big assicurativo. D’altronde lo stesso Messina lo era stato molto laico nel presentare l’Opas al mercato: «A me quello che interessa è l’utile netto di Generali: se cresce grazie ad alleanze con Unicredit, allora ben vengano». Può darsi che il nuovo azionariato di Trieste ritrovi quindi una sua stabilità proprio dopo che soci e interessi avranno trovato reciproca soddisfazione.

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