È il 2016 quando l’Atalanta di Gasperini fatta di giovani e spensieratezza inizia a impressionare l’Italia e a portare in Serie A una nuova filosofia di gioco. Uno dei «figli» di quella squadra è Andrea Conti. Dopo una stagione arriva il Milan. In poche settimane passa dal vestire la maglia rossonera e della Nazionale a un calvario che lo accompagnerà per tutta la stagione. Un’operazione al crociato sbagliata, un secondo infortunio al ginocchio e, infine, il ritiro a soli trent’anni. «Ci pensavo già da un po’, mi chiedevo che senso avesse continuare a giocare. Il calcio non era più una passione da tempo». Ora è ripartito dal settore giovanile dello Scanzorosciate, club dilettantistico vicino a Bergamo, per seguire bambini e ragazzi. «E faccio anche il papà e il marito», sottolinea con il sorriso.
Oggi come sta Andrea Conti?
«Bene, sono sereno. Ho raggiunto un equilibrio. Pensavo che il calcio mi sarebbe mancato di più».
Ha chiuso definitivamente con il pallone?
«In realtà no. Ho fatto il corso allenatori a Coverciano, ora seguo qualche squadra in una società bergamasca».
Si rivede un po’ in quei ragazzi?
«Sì, alla fine tutti i bambini partono con quel sogno: diventare calciatori».
Lei ce l’ha fatta. Tutto è partito con l’Atalanta di Gasperini.
«Il miglior allenatore mai avuto. Ricordo la preparazione estiva con lui: ci aveva massacrato. Oppure quando il giorno prima di un Inter-Atalanta ci aveva fatto fare forza in palestra. Eravamo increduli. In campo, però, volavi».
E dopo un anno, ecco il Milan.
«Mi volevano i rossoneri e il Chelsea. Appena atterrato a Ibiza per le vacanze, la chiamata del mio procuratore: “Devi venire a Milano per le visite mediche”».
In pochi giorni l’esordio con il Milan e con la Nazionale. Sembrava l’inizio di una grande storia.
«E invece è andata in modo diverso. Con l’Italia mi sono fatto male alla caviglia. Quando sono tornato, Montella mi ha chiesto di giocare comunque perché aveva bisogno di me. Dopo 10 minuti di allenamento, cado a terra».
Il crociato.
«Una mazzata. Ho capito subito che si trattasse di qualcosa di grave. Uno sconforto totale. Ero al primo anno al Milan, avevo appena conquistato la Nazionale. Le prime soddisfazioni dopo tanti sacrifici. E in quei momenti i pensieri sono infiniti. Quando e come sarei tornato, se la caviglia avesse causato l’infortunio, la responsabilità nei confronti di club e tifosi. Anche se il peggio doveva ancora arrivare».
Ci spieghi.
«L’intervento non è andato bene».
Come l’ha scoperto?
«Mesi dopo, quando mi sono rotto per la seconda volta il crociato. Qualche sospetto già l’avevo: il dolore che mi era durato per giorni dopo l’operazione, il poco feeling con il mio corpo durante il recupero. Dopo sei mesi sono tornato in campo. Una sovrapposizione durante un allenamento e la gamba mi è ceduta. Un’altra volta. E sapete cosa mi ha detto Gattuso subito dopo? “Andrea, immaginavo che sarebbe successo. Ogni volta che ti vedevo correre, mi voltavo. Avevo la sensazione che potesse risuccedere da un momento all’altro”. Mi è stato molto vicino in quei mesi».
Cosa ha provato?
«Amarezza. Nei primi giorni mi sentivo completamente assente. Ho cambiato specialista. Dopo l’operazione ho percepito subito la differenza con la prima».
E dall’esterno nessuno sapeva niente. Era semplicemente un giocatore “fragile”.
«Etichette con cui devi convivere durante una carriera. Così come gli insulti sui social. Mi dispiaceva solo per mia moglie e i miei genitori. Ci soffrivano».
Cosa le ha fatto più male?
«A parte la prima operazione e i tanti mesi persi, ho un’immagine che mi torna in mente: quando facevo riabilitazione al campo. “Come stai Andre? Quanto ti manca?”. Sempre le stesse domande, tutti i giorni. Non lo facevano con cattiveria, è vero. Ma era pesante. Come lo era cambiarsi in spogliatoio insieme ai compagni, uscire e prendere strade diverse: loro in campo, io in palestra».
Il ritorno in campo, una liberazione. Poi tanti alti e bassi.
«Con Giampaolo non giocavo, non ero il suo terzino ideale. Non vedeva neanche Theo… Anche se quando è stato esonerato, mi aveva detto che ero il giocatore che più era migliorato con lui. Con Pioli ho fatto tutto il finale di stagione da titolare. Mi sentivo bene, finalmente. Alla penultima giornata, un problema al menisco. In estate mi sono operato. Una volta iniziato il nuovo campionato, solo panchine».
Perché?
«Non lo so. Pioli non mi ha mai dato una spiegazione. Eppure ero lo stesso giocatore dell’anno precedente. Ma non mi considerava. E per un giocatore non c’è cosa peggiore che essere invisibile. Due crociati, il recupero, dopo mesi ero tornato a sentirmi il Conti di prima e poi questa scelta. Non è stato semplice».
Dopo un’esperienza a Parma, è tornato in rossonero nell’anno dello scudetto.
«Si respirava un’atmosfera diversa. Il mister era stato bravo a creare un grande gruppo. La presenza di Maldini era fondamentale. E l’arrivo di Ibrahimovic qualche mese prima è stato decisivo. Con lui eri costretto ad alzare il livello. Mi è capitato di vedere ragazzi della Primavera piangere quando erano aggregati con la prima squadra per certi suoi comportamenti. Fuori dal campo, invece, cambiava: scherzoso e simpatico».
Ultimo step, la Sampdoria.
«Altre montagne russe. I primi mesi, fastidio al ginocchio. Il secondo anno eravamo partiti con Giampaolo, poi è arrivato Stankovic: il peggior allenatore mai avuto. Durante la stagione avevo ancora dolore, questa volta il problema era il tendine. Dopo un consulto in Finlandia, ho scoperto che si trattava della sindrome di Haglund. Mi sono operato. Sarei dovuto restare fuori tre mesi, sono rientrato dopo dieci. Poi la retrocessione, le contestazioni, incomprensioni con la società: ho scelto di risolvere il contratto e di smettere. Sentivo che era la scelta migliore. Non mi divertivo più, rincorrevo solo un’illusione».
Ha qualche rimpianto?
«No, ho fatto pace con me stesso. Certo, ogni tanto penso ancora a quell’operazione. Oggi, però, sono sereno. Alla fine ho realizzato il sogno del piccolo Andrea: diventare un calciatore».