DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK — La vera rivelazione del Mondiale non è Mbappé, non è Kane: di loro sapevamo già tutto. Non è il giovanissimo Lamine Yamal, che stiamo ancora aspettando. Non sono ovviamente i grandi vecchi, per quanto Messi e Ronaldo continuino a meravigliare, e la storia di Vozinha — il dentista quarantenne che diventa il portiere più popolare al mondo — sia stupenda.
Dal punto di vista tecnico, la rivelazione del Mondiale è Michael Olise. Un Platini più forte fisicamente. Una visione di gioco, un tocco di palla, un cambio di passo che da tempo non si vedevano in un numero 10 (anche se la sua maglia ha l'11). Nato a Londra, gioca in Germania con il Bayern e milita nella Nazionale francese: l'europeo perfetto. Ma il padre Vincent è nigeriano, la madre Mina è algerina. E qui la cosa si fa particolarmente interessante.
Perché Michael non ha mai vissuto né giocato in Francia. Ha un nome inglese, in Inghilterra ha studiato, è cresciuto, ha imparato l'arte del calcio. La Nazionale inglese ha tentato disperatamente di reclutarlo. Si mosse di persona l'allora ct Southgate. Anche la Nigeria e l'Algeria hanno fatto un tentativo. Ma lui è stato irremovibile: «Mi sento francese, e voglio la Francia».
Le Parisien di ieri ha dedicato la copertina e due pagine a risolvere quello che ai francesi stessi appare un mistero. Perché Olise vuole giocare per un Paese che, a torto o a ragione, sta antipatico un po' a tutti? Un Paese in cui i sondaggi danno vincente alle presidenziali l'estrema destra, da sempre critica con gli immigrati, compresi quelli con la maglia blu della Nazionale? Una Nazionale piena di campioni, in cui è difficile trovare posto?
Olise non ha fornito spiegazioni. Ma è sempre stato irremovibile, fin da ragazzino: «Voglio giocare per la Francia». Anche quando, dopo il Covid, l'Under 21 non l'ha chiamato più. I suoi eroi da bambino erano Zinedine Zidane e Thierry Henry: un algerino, come sua mamma, e un nero, come suo papà. Così, quando Henry l'ha convocato per l'Olimpiade di Parigi, ha accettato con entusiasmo.
Ma davvero l'astro nascente del calcio internazionale decide con quale maglia giocare solo perché gliel'ha chiesto l'idolo della sua infanzia?
André Malraux, il ministro della Cultura di De Gaulle, diceva di non credere alla formula «la Francia ai francesi»: «La France c'est quiconque veut devenir Français», la Francia è chiunque voglia diventare francese. Oggi però non funziona così. I figli dell'immigrazione spesso non si sentono francesi; e una parte crescente del Paese li respinge. Già al tempo di Giuseppe Ungaretti l'integrazione non era facile: «Si chiamava/ Moammed Sceab/ discendente/ di emiri di nomadi/ suicida/ perché non aveva più/ Patria./ Amò la Francia/ e mutò nome/ Fu Marcel/ ma non era francese…» (non possiamo non ricordare la splendida chiusa: «E forse io solo/ so ancora/ che visse»).
Se oggi l'integrazione — e la sua antitesi, la remigrazione — è in testa all'agenda politica in ogni Paese d'Europa, oltre che nell'America di Trump, allora la storia di Olise può servire a qualcosa. Olise ha scelto la Francia perché la sente come la terra di sua madre, che ha la doppia nazionalità, francese e algerina. Anche se francesi e algerini hanno combattuto una guerra da mezzo milione di morti, e oggi sono divisi da rapporti diplomatici pessimi. Il più grande calciatore d'origine algerina di tutti i tempi, Zinedine Zidane, ha dato alla Francia il suo primo Mondiale, e dopo i due gol al Brasile baciò la maglia blu; ma suo figlio Luca è il portiere dell'Algeria (più bravo con i piedi che con le mani, da quel che si è visto l'altra sera a Vancouver contro l'Austria).
Michael Olise ha scelto la Francia; e la Francia ha scelto lui. Cinque assist in questo Mondiale, una prova appena un po' più scialba con il Paraguay — un po' tutti i Bleus sono stati meno brillanti contro una squadra così ostica che aveva eliminato i tedeschi —, ma prima una serie di partite strepitose. Coraggio, altruismo, fantasia: secondo il canone di Francesco De Gregori, il calciatore ideale, un trequartista, specie in via d'estinzione, che da noi in Italia ha sempre molto sofferto: Baggio dovette cercare spazio a Brescia e a Bologna, Beccalossi non era convocato in Nazionale, Rivera non giocò la finale con il Brasile...
Dopo il 3-1 al Senegal, Olise è stato eletto uomo del match, ma ha mandato davanti alle telecamere Mbappé. È timido. Riservato. Della sua vita privata non si sa nulla. Quando ha ritirato il premio per il miglior calciatore francese all'estero, è apparso al fianco di una bionda dagli occhi azzurri, quasi identica a Chiara Ferragni. Si pensò a una fidanzata, ma lui smentì: era Rebecca James, manager sportiva che gli cura l'immagine.
Si sa però che è un lavoratore. Da ragazzo per non far tardi agli allenamenti partiva da casa in macchina prima dell'alba, parcheggiava davanti al centro sportivo, dormiva ancora un paio d'ore sul sedile reclinato, fino a quando un compagno non gli bussava al finestrino. Questo accadeva nel ritiro dell'Hayes and Reading, piccolo club alla periferia Ovest di Londra, in cui è cresciuto dopo che le giovanili di Arsenal, Chelsea e City avevano rinunciato a lui. Ora, a 24 anni, è finalmente una star.
Attorno a Michael, come a tutta la squadra francese, c'è euforia; forse persino troppa. Le Parisien così descrive la rovesciata con cui ha colpito il palo contro la Svezia: «Sarebbe stata un'opera d'arte da incastonare da qualche parte nel cielo di New York, tra la Statua della Libertà e l'Empire State Building. Il suo gesto ha attraversato il MetLife Stadium come un'apparizione divina, un istante sospeso in cui il gioco pare dimenticare la propria logica, in cui le tribune sembravano trattenere il respiro prima di esplodere nel tumulto…». Più sobriamente: sarebbe stato il gol dei Mondiali. Ma c'è ancora tempo. E il MetLife è lo stadio della finale.
6 luglio 2026, 07:31 - Aggiornata il 6 luglio 2026 , 08:01