Kultur

1946, il voto alle donne e la Repubblica: il libro in edicola con il «Corriere»

1946, il voto alle donne e la Repubblica: il libro in edicola con il «Corriere»

La Repubblica italiana nasce ottant’anni fa dal voto popolare, dalla volontà espressa da uomini e donne, queste ultime per la prima volta elettrici ed elette in virtù del decreto luogotenenziale del 1° febbraio 1945, varato dal secondo governo Bonomi. Se molte di loro (ben 8.441.537) si erano già recate alle urne nella primavera del 1946, per le prime tornate delle elezioni amministrative, il 2 giugno, con la consultazione referendaria e l’elezione dell’Assemblea costituente, è la data simbolo del primo voto delle italiane.

Questa partecipazione segna un significativo passaggio, un vero e proprio evento storico e non certo una semplice aggiunta: quella inedita presenza ai seggi e presto, seppure inadeguatamente rappresentata, alla Costituente, sostanzia l’impianto della Repubblica italiana e, come ha sottolineato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno, il 31 dicembre 2025, le conferisce «un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità».

Una data simbolica, quella del 2 giugno 1946 che, attraverso un tortuoso e complesso processo, apre al dialogo e alla collaborazione tra le diverse parti politiche entro e oltre i confini nazionali. Uno sviluppo corroborato da un tessuto partecipativo attivato da partiti e associazioni di donne di diversa matrice politica, orgogliose, a tratti persino gelose, della propria identità, tuttavia capaci di dar vita, con lungimiranza, a una concertazione sulla parità.

Queste forze, pur nelle loro differenze, introducono un costume nuovo, insegnano a prendersi cura della cosa pubblica, sollecitano cittadine e cittadini — come bene illustrava Maria Comandini Calogero, dirigente del Partito d’Azione — a cooperare per la costruzione della comunità e «di un mondo migliore». Insieme al voto, al centro della loro agenda spicca la definizione di diritti funzionali all’inclusione, scelta imprescindibile per lo sviluppo della coscienza civile.

In quella lunga e difficile stagione del dopoguerra, momento di transizione alla Repubblica, le associazioni femminili operano nel territorio in stretta relazione con larghe fasce della popolazione, nell’intento di orientare il consenso e mantenere un rapporto con l’elettorato. Prende corpo un’ampia opera di pedagogia civile, prima ancora che di propaganda politica, favorevole al dialogo tra elettrici ed elette.

È una rappresentanza femminile minuta sul piano numerico. Il dato di 21 elette su 556 componenti all’Assemblea costituente conferma vecchi pregiudizi rispolverati, senza neanche troppi aggiustamenti, per allarmare l’opinione pubblica sulle deprecabili conseguenze causate dall’accesso delle donne alla politica. Stando a una rigorosa interpretazione storiografica, il governo, al fine di calmare le acque e dissipare il malcontento, rimanda la scelta, riconoscendo solo successivamente l’eleggibilità, con il decreto del 10 marzo 1946.

Nel periodo che mi separa dalla prima edizione di questo volume, sono stata in più occasioni sollecitata a riflettere su questo delicato momento e a me pare sostanzialmente valida la lettura di Angela Maria Guidi Cingolani, dirigente della Democrazia cristiana, che ha richiamato l’intenzionale diffusione di un equivoco architettato ad arte dagli oppositori del suffragio.
Circa sei mesi prima, il 25 settembre 1945, tredici donne superano la soglia di Montecitorio per partecipare ai lavori della Consulta nazionale. In quel lontano 1946, e per molti anni a venire, certamente la discrepanza di genere nella rappresentanza costituisce un nodo politico. Se a pochi giorni di distanza dalla diffusione dei dati elettorali affiora il malcontento sull’inadeguata presenza femminile alla Costituente, circa 40 anni dopo, il tema acquista centralità in un dibattito di ampio respiro.

L’ottantesimo anniversario pare segnare un significativo cambiamento a riguardo. L’ampio ventaglio delle iniziative editoriali, delle manifestazioni culturali promosse dalle istituzioni e dai media, con il coinvolgimento di un pubblico differenziato al proprio interno, ha riservato un posto di primo piano al voto e alla sua dimensione partecipativa. E acquista il valore di un’importante occasione di bilancio che invita all’analisi delle contraddizioni e dei tanti problemi insoluti, così come alla valutazione dei passi compiuti, mai scontati e definitivi. Le statistiche portano alla luce dati preoccupanti sulla disparità nel mondo del lavoro, nelle retribuzioni, nei ruoli apicali, nella condivisione di responsabilità nella gestione della famiglia, nella cura di anziani e bambini. Antichi pregiudizi continuano a gravare come macigni sulla quotidianità di donne di diverse generazioni e di soggetti che si discostano dall’universale maschile, dal binarismo del sistema genere. Pregiudizi e stereotipi denigrano, gerarchizzano e discriminano, intervengono negativamente sulla libera espressione della soggettività e innescano comportamenti violenti. Riconoscere le differenze anche nel loro divenire storico, capire la loro strutturazione, il loro reiterarsi e modificarsi, può favorire lo sviluppo di una nuova spinta verso una convivenza civile basata sulla democrazia e sulla pluralità, come sancito dall’articolo 3 della Costituzione italiana.

29 maggio 2026, 20:45 - Aggiornata il 29 maggio 2026 , 20:46

Vielleicht verpasst