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Xi Jinping, la doppia faccia della politica cinese: visto da fuori un fenomeno, ma quanta confusione dall’interno

Xi Jinping, la doppia faccia della politica cinese: visto da fuori un fenomeno, ma quanta confusione dall’interno

È la «politica industriale del tutto». Il Partito comunista cinese sta realizzando qualcosa che nessuno ha mai tentato: da che esistono, gli interventi di Stato per guidare l’economia scelgono i settori da sviluppare e li finanziano, gli altri rimangono indietro; in Cina non più, lì nessuno resta al palo, la politica industriale arriva ovunque, all’high-tech e all’intelligenza artificiale, alla chimica e all’agricoltura, alla farmaceutica e ai servizi che finora erano stati snobbati. Xi Jinping vuole che il Paese diventi autosufficiente nel nome della sicurezza in un mondo pericoloso.
Il paradosso è che questa aggressiva e costosa politica economica si traduce in mercato del lavoro sottosopra, disoccupazione giovanile, sfiducia nei cittadini, pochi consumi, crescita economica in rallentamento. Tendenze che vanno ad aggiungersi a una pessima demografia, a una bolla immobiliare non ancora risolta, a un sistema finanziario chiuso. Vista da fuori, la Cina è un fenomeno; vista da dentro è un fragile caos.

A tracciare il quadro della «China’s Next Generation Industrial Policy» e a definirla «politica industriale del tutto» è un ampio e approfondito studio realizzato dal Rhodium Group per la Camera di Commercio degli Stati Uniti, pubblicato lo scorso 11 maggio. Fotografa come Pechino si è chiusa e ha rafforzato il controllo sulle catene di fornitura, quanto è ossessionata dalla possibilità che dall’estero qualcuno approfitti dei suoi punti di debolezza, quanto investe enormi somme per vincere la sfida tecnologica con gli Stati Uniti, come conquista mercati con una politica mercantilista, cioè a scapito di altri Paesi. Autosufficienza e sicurezza sono i pilastri del piano quinquennale al 2030. Lo Stato dominato dal Partito diventa il dominus di tutto. Le scelte sono politiche, gli effetti economici vengono dopo…e si vede.
Nel 2015, Pechino lanciò il programma Made in China 2025 nel quale poneva l’obiettivo di arrivare all’autosufficienza in dieci settori strategici. Nel 2023, ne fu tolto uno e aggiunti sette, non più industrie avanzate ma anche mature, per esempio il tessile. Buona parte degli obiettivi sono stati raggiunti e la Cina ha ridotto le dipendenze dall’importazione, ha costruito una posizione globalmente competitiva come nessun altro, ha indebolito le imprese estere nel Paese.

Vulnerabilità persistono, dice Rhodium. Ma la realtà è che la Repubblica Popolare è una potenza esportatrice straordinaria e importa sempre meno: l’anno scorso, il suo saldo commerciale è stato positivo per 1.200 miliardi di dollari e quest’anno sta crescendo ulteriormente. Nel 2021, i prodotti nei quali le esportazioni cinesi contavano per più del 50% dell’export globale erano 192, ora sono 315. Ci sono settori nei quali per gli altri Paesi è impossibile competere: gli investimenti di Stato e le sovvenzioni nazionali e locali di Pechino mettono fuori mercato la concorrenza internazionale.

Una politica industriale del genere, totale e guidata da scelte politiche, sarà sempre meno sostenibile, secondo una quantità di economisti. Dal punto di vista di Xi, il costo di queste scelte è giustificato per evitare l’erosione del potere del Partito: qualcosa che il vertice di Pechino temeva succedesse prima che Xi, andato al potere nel 2012, riportasse le redini dell’economia strettamente in mano alla politica. Le contraddizioni, però, crescono. Da una parte, la produzione creata dall’iper-finanziamento delle imprese non può essere assorbita dal mercato interno cinese e quindi non le resta che andare all’esportazione, condotta spesso sottocosto. Già questo, in sé, è poco saggio ma è anche destinato a creare reazioni sempre maggiori dai Paesi che si vedono invasi dalle merci Made in China: l’Europa ne sa parecchio e il problema è serio anche per le economie emergenti.
Ogni politica mercantilista – cioè la spinta estrema dell’export e la chiusura alle importazioni guidate dal governo – è destinata a creare instabilità, se condotta da un’economia forte come quella della Cina.
In secondo luogo, la capacità fiscale cinese si indebolisce. La sovracapacità produttiva creata dall’iper-finanziamento (molte imprese lavorano in perdita) ha fatto scendere al 15,4% del Pil le entrate da tasse e da non tasse (per esempio la vendita di terreni da parte delle autorità locali). Se si tiene contro che la media delle entrate nei Paesi Ocse è del 34%, si ha l’idea delle dimensioni della fragilità fiscale. Il risultato è che nel 2025 il deficit pubblico allargato (cioè considerando tutti i deficit nell’intricato sistema di governance cinese) è stato, secondo il Fondo monetario internazionale, del 14,3% del Pil. Il debito pubblico è formalmente attorno al 100% del Pil ma se si aggiunge quello delle imprese non finanziarie che ricevono prestiti dalle banche di Stato su ordine del governo, arriva a oltre il 240%. 

Che in questa situazione ci siano stati 41 mesi consecutivi di deflazione (prezzi in calo all’uscita dalle fabbriche) è inevitabile: l’eccesso di produzione, voluto dalla politica, di fronte a una domanda immobile non poteva che dare questo risultato. Inoltre, la disoccupazione giovanile è sopra al 20%; gli studenti che una volta laureati nelle migliori università trovavano subito un buon lavoro oggi si devono accontentare di molto meno; la popolazione è in netto calo; nelle province i segni di insoddisfazione sociale sono evidenti. Xi Jinping mostra i muscoli hi-tech cinesi al mondo, i robot che ballano, gli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Quest’anno, però, la crescita del Pil è prevista al livello più basso da decenni, il 4,5%, e ci sono economisti che si aspettano l’implosione, prima o poi, di questo modello a dirigismo totale. Forse, la «politica industriale del tutto» ha dimenticato qualcosa.

29 mag 2026 | 09:25

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