Sport

Tennis, i francesi si inchinano al successo del modello italiano e ora vogliono imitarci

Tennis, i francesi si inchinano al successo del modello italiano e ora vogliono imitarci

Caro signor Panatta, il suo eccezionale viaggio, coronato cinquant’anni fa da una indimenticabile vittoria, rappresenta uno dei capitoli più iconici mai scritti sulla terra di Parigi. Il vostro spirito da combattente, l’eleganza del vostro gioco e quei punti storici, continuano a rappresentare l’anima del Roland Garros».
Dite quello che volete, ma nessuno come i francesi sa scrivere le lettere di invito. Ci mettono dentro parole non banali, ci mettono dentro anche l’amore che hanno per il nostro Paese. Sentire ieri il coro «Flavio, Flavio» che si è alzato sullo Chatrier spazza via tanti pregiudizi sui cugini che ci guardano con la puzza sotto al naso, e la cerimonia blasfema alle Olimpiadi, e la Senna non balneabile, e ridateci la Gioconda, queste cavolate che spesso vengono usate in modo strumentale per alimentare un livore o una rivalità che sono solo unilaterali, da parte nostra. E i francesi che si incazzano è solo più la prima frase di una canzone di Paolo Conte, artista per altro venerato a Parigi, ma non rappresenta più la verità. E i francesi che ci ammirano, semmai. Fin dal primo mattino, come ieri, quando la messa cantata di France Info, l’emissione radio del servizio pubblico che apre la giornata di milioni di ascoltatori, ha dedicato un lungo servizio al «modello italiano», ma quanto sono bravi gli italiani anche senza Sinner e Musetti sono pieni di campioni, prendiamoli ad esempio, ma che bella cosa.

Verrà Adriano, a premiare i finalisti, e con quattro giorni di anticipo sull’ultimo atto, sette giorni dopo l’apocalisse tennistica di Sinner, sappiamo già che uno dei nostri sarà in campo, rendiamoci conto dell’epoca incredibile che stiamo vivendo. «Due su quattro in semifinale è un risultato incredibile», dice Patrick Mouratoglou, il guru che vinse decine di Slam allenando Serena Williams, poco amato dai vertici della Federazione francese ma esperto di valore assoluto. «Se uno guarda indietro a dieci anni fa, lo è ancora di più». Il suo tennista preferito tra i nostri, escluso chi sappiamo, ovvero il numero uno del mondo, è proprio Flavio. «Il suo servizio in kick a uscire da sinistra è il migliore del circuito, ed è un’arma che può mettere tutti in difficoltà, e in una situazione di pressione vale doppio». Mouratoglou vede Cobolli in finale e oltre, ma non sbilanciamoci, c’è ancora tempo per parlare di quel che sarà domenica.

Restiamo al presente, che è già bello così. «Questo movimento che c’è adesso in Italia esiste grazie alla Federazione e al suo lavoro, ai team di ognuno di noi, e in primo luogo grazie ai giocatori, che hanno creato la mentalità vincente, che hanno aperto una strada». Flavio Cobolli non si limita a Sinner, troppo facile, i fuoriclasse cadono dal cielo. Cita Fabio Fognini, Matteo Berrettini, e anche Marco Cecchinato, che otto anni fa, dal nulla, sconfisse Sua Maestà Novak Djokovic e arrivò a giocarsi una semifinale. «Dobbiamo ringraziare ognuno di loro, e quei risultati che hanno ottenuto, perché ci hanno permesso di sognare, di immaginare che un giorno sarebbe toccata a noi più giovani, che in questi anni abbiamo sentito la loro spinta, un forte spirito che soffiava dietro le quinte. Chi è venuto prima di noi ci ha aiutato molto».

Scende la sera, e lo Chatrier si riempie di nuovo per il derby italiano. «Quanto ci sarebbe piaciuto giocare una partita così tra noi francesi» dice in sala stampa Guy Forget, uno dei tanti quasi campioni senza gloria sfornati dal tennis francese, due intere generazioni andate via senza mai avere il piacere di guardare un match come questo con una sensazione di sazietà, vinca il migliore e datevele di santa ragione. Ci siamo passati anche noi, sappiamo come ci si sente. Ha ragione Mouratoglou, esercitare il vizio della memoria è sempre cosa buona e giusta. «Che invidia» ci dice uno spettatore mentre parliamo tra noi giornalisti. «E che giocatori, ma come fate?» Chissà come spiegarle, le resurrezioni di Berrettini e di Arnaldi, gli scarti umorali di Cobolli che dice adesso non ascolto più il mio angolo ma solo il mio istinto, e batto Auger-Aliassime. I francesi sono maestri di eleganza, ma forse non riusciranno mai a decifrare quel tocco di classe innata, quello scherzo di follia che appartiene agli italiani, lo slancio vitale che ti porta oltre i tuoi limiti. Ma proveremo ad aiutarli, per una volta il tempo e la ragione sono dalla nostra parte. A un certo punto, siccome il pubblico pagante deve sempre schierarsi, dalle tribune parte un coro, «Italia, Italia», con l’accento sull’ultima vocale. Sulla pronuncia c’è ancora da lavorare, ma grazie lo stesso.

4 giu 2026 | 07:14

Vielleicht verpasst