Doveva essere una semplificazione. Rischia invece di trasformarsi in una barriera. È questa l'accusa che la Cgil rivolge alla riforma della disabilità introdotta dal decreto legislativo 62 del 2024 e attualmente in fase di sperimentazione in numerose province italiane.
Secondo un'analisi dell'Osservatorio Previdenza del sindacato, i primi effetti del nuovo sistema non si misurerebbero soltanto sull'invalidità civile, ma anche sull'accesso alle prestazioni previdenziali di invalidità e inabilità erogate dall'Inps.
Il dato che preoccupa maggiormente riguarda le domande presentate dai cittadini. Nelle nove province coinvolte nella prima fase della sperimentazione (Brescia, Catanzaro, Firenze, Forlì-Cesena, Frosinone, Perugia, Salerno, Sassari e Trieste) le richieste di invalidità e inabilità previdenziale sono diminuite del 13,1% tra il 2024 e il 2025. Nello stesso periodo, nelle province non interessate dalla riforma si è registrato invece un lieve aumento dell'1%.
Secondo la ricostruzione della Cgil, non si tratta semplicemente di pratiche che vengono respinte o rallentate. A diminuire è l'intero flusso delle richieste. Le domande accolte sono scese del 12,1%, le pratiche definite del 12,9%, mentre le richieste presentate dai cittadini sono passate da 20.578 a 17.881 nelle province della prima sperimentazione. Un andamento che, osserva il sindacato, appare molto diverso da quello registrato nel resto del Paese, dove le variazioni risultano decisamente più contenute.
Per la Cgil è proprio questo l'elemento più significativo. Se diminuiscono contemporaneamente domande presentate, pratiche lavorate e prestazioni riconosciute, il problema non riguarderebbe soltanto l'organizzazione degli uffici o i criteri di valutazione sanitaria, ma l'accesso stesso alle tutele.
In altre parole, il nuovo modello starebbe producendo un effetto di «raffreddamento» delle richieste: meno persone arrivano a presentare domanda e, di conseguenza, meno persone ottengono la prestazione. Ma questo non significa che non ne abbiano bisogno o diritto.
L'Osservatorio Previdenza ha provato anche a simulare gli effetti che potrebbero verificarsi quando la riforma entrerà pienamente a regime in tutta Italia, dal 1° gennaio 2027.
Partendo dalle 194.251 domande annue di invalidità e inabilità previdenziale registrate a livello nazionale e applicando il calo del 13,1% osservato nelle province sperimentali, la riduzione potenziale arriverebbe a circa 25.447 richieste in meno ogni anno.
Tradotto in termini concreti, secondo la Confederazione si tratterebbe di oltre 25 mila lavoratrici e lavoratori che, pur trovandosi in condizioni compatibili con l'assegno ordinario di invalidità o con la pensione di inabilità, potrebbero non riuscire ad accedere correttamente alle tutele previdenziali.
Un aspetto che il sindacato considera particolarmente delicato perché non si parla di misure assistenziali finanziate dalla fiscalità generale, ma di prestazioni previdenziali collegate ai contributi versati nel corso della vita lavorativa.
La riforma della disabilità nasce con l'obiettivo di unificare e semplificare gli accertamenti, introducendo una valutazione più ampia della condizione della persona e superando la frammentazione delle procedure. La sperimentazione è partita nel gennaio 2025 in 9 province e sarà progressivamente estesa fino all'entrata in vigore nazionale prevista per il 2027.
Secondo la Cgil, però, lungo il percorso sarebbero emersi diversi problemi organizzativi: la carenza di commissioni Inps e di medici legali, i costi dei certificati introduttivi, il ridimensionamento del ruolo dei patronati nella fase iniziale delle procedure e la continua sovrapposizione di norme e correttivi. Elementi che, sostiene il sindacato, starebbero generando ritardi, incertezza e maggiore difficoltà proprio per le persone più fragili.
Tra le preoccupazioni rientra anche il futuro del cosiddetto Progetto di vita individuale personalizzato e partecipato, uno degli strumenti più attesi dalle persone con disabilità e dalle loro famiglie, che secondo la Confederazione rischierebbe di scontrarsi con risorse ancora insufficienti.
A complicare ulteriormente il quadro, osserva la Cgil, sarebbero intervenute anche le modifiche sulla non autosufficienza e sulle prestazioni rivolte agli over 70. Da un lato alcune parti della riforma sono state rinviate; dall'altra sono state reintrodotte procedure precedenti, compreso il ritorno delle commissioni Asl in diversi territori. Una sovrapposizione che, secondo il sindacato, rischia di aumentare confusione, duplicazioni e tempi di attesa.
Da qui la conclusione dell'Osservatorio Previdenza: una riforma nata per semplificare il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione rischia di ottenere il risultato opposto, trasformando l'accesso ai diritti previdenziali e sociali in un percorso più difficile proprio per chi avrebbe maggiore bisogno di protezione.