Nata a St. Andrews, in Scozia, Jane Fraser guida Citi da cinque anni, durante i quali ha trascinato il colosso finanziario americano fuori dalle secche di una crisi preoccupante, affiancando dall’ottobre scorso l’incarico di presidente a quello di ceo. Sebbene Wall Street sia ormai la sua casa, non ha scordato le origini europee, come testimonia questa intervista.
Iniziamo dal suo recente viaggio in Cina con il Presidente Trump. Cosa è emerso dietro le quinte dal confronto Washington-Pechino?
«È stato un privilegio essere parte di questo storico incontro. Le relazioni si sono focalizzate sull’analisi economica, con un buon clima, collaborativo. Non sono stati confronti semplici, ma entrambe le parti vogliono mantenere relazioni stabili, con radici profonde, e questo si è avvertito in maniera particolare, anche sul fronte commerciale».
Gli Stati Uniti hanno portato a casa un importante accordo commerciale per Boeing.
«Ci sono diversi accordi commerciali che hanno preso concretezza nel corso di questo viaggio. Penso che non ci sia miglior garanzia per il mondo di un rapporto economico solido tra Cina e Stati Uniti e chiarezza nei rapporti commerciali. Le imprese americane sono incoraggiate a fare business in Cina e non ci sono ambiguità in proposito e lo stesso sul versante cinese, con le imprese cinesi impegnate in giro per il mondo».
Citi cosa ha guadagnato?
«Citi è presente in Cina da 124 anni, e abbiamo giocato negli anni un ruolo importante nel connettere il mondo con la Cina e le imprese cinesi con il resto del mondo. Come in Italia, dove ci siamo da 110 anni…».
Il mondo vive tensioni geopolitiche che sembrano appartenere al passato. Emergono molte incertezze.
«È triste osservare questa divisività ma è l’inevitabile conseguenza del passaggio da un mondo dominato dall’influenza di una o più potenze a uno multipolare, con molti centri di importanza che emergono e voci diverse che devono essere ascoltate.. Anche se non sono sempre d'accordo sia stilisticamente sia sul contenuto. Quello che vedo è una sempre maggiore frammentazione, ma allo stesso tempo le aziende che fanno business in tutto il mondo sono una fonte enorme di resilienza».
L’economia subisce da anni gli effetti di una profonda e progressiva instabilità.
«Negli ultimi anni ci sono stati molti problemi: il Covid, l'aumento dei tassi, la guerra in Ucraina con un impatto enorme e un secondo shock energetico che sta arrivando dal Medio Oriente. Ma quando guardiamo alle aziende che abbiamo incontrato qui in Italia, o che serviamo in Europa, vediamo che la loro resilienza è molto alta. Sono state molto brave ad adattarsi, intervenendo sulle catene di approvvigionamento e hanno raggiunto una maggiore resilienza e una minore concentrazione. C'è più diversificazione nel capitale e andrebbe aggiunta una ulteriore "S" ai criteri Esg che è Security, alla quale le aziende hanno dovuto fare fronte in questi anni rispetto all’energia, alla difesa e alla dimensione finanziaria».
Anche in Italia?
«Sì, in Italia serviamo il 75% del Ftse Mib e stiamo contribuendo a fornire a queste aziende resilienza a livello globale, garantendo che la gestione della liquidità, dei cambi e dei flussi commerciali consenta loro di operare con continuità.. L’adattabilità è un concetto fondamentale per molte aziende, lo si è visto con la guerra in Ucraina, che ha portato a maggiore efficienza energetica».
Il dollaro subisce l’attacco di politiche e valute concorrenti. Sta perdendo il suo ruolo?
«Non c'è una valida alternativa. E lo vediamo nei flussi di denaro che vengono trasferiti in tutto il mondo. Citi è presente in 180 paesi e muove sei trilioni di dollari al giorno in favore di 5.000 società multinazionali, anche europee, cinesi e indiane e la maggior parte di questi flussi è ancora basata sul dollaro, perché al dollaro è riconosciuto un elevato livello di liquidità. Quindi è importante che i mercati dei capitali si rafforzino in Europa. Questo è uno dei motivi per cui vogliamo davvero vedere l’Unione del risparmio e degli investimenti, l'Unione dei capitali e poi l'Unione bancaria rafforzarsi, perché il mondo ha bisogno di una Europa forte».
Come vede, da europea, la Ue rispetto a Cina e Stati Uniti?
«Penso che tutti noi conosciamo il Rapporto Draghi e il Rapporto Letta. Sappiamo quali sono i dettagli e che tutti concordiamo sulla correttezza della diagnosi. Credo che le sfide siano impegnative e che alcune risorse europee siano sottovalutate. Ad esempio, le competenze, le dimensioni culturali. Sono punti di forza interessanti che non saranno intaccati dall'intelligenza artificiale nello stesso modo in cui, ad esempio, alcuni punti di forza cinesi e americani ne risentiranno. La speranza è quella di vedere emergere dei campioni europei, ad esempio sulla miniera d'oro di grandi talenti ingegneristici e tecnici. Sarebbe fantastico vedere qualcosa anche sul fronte finanziario per competere meglio».
L’Europa appare fragile nel confronto con Usa e Cina.
Si dice che il mondo sia solo una questione tra Stati Uniti e Cina. Io penso ci sia molto più di quanto si voglia immaginare. Credo che le aziende europee siano più forti dei singoli Paesi. Prendiamo ad esempio Luxottica. Li ho visitati l’ultima volta che sono stata qui, sono un importante cliente della nostra banca. Un marchio forte, un design fantastico e ora stanno reinventando un intero settore. Utilizzano tecnologie all’avanguardia, come il vetro intelligente e mi piace pensare che gran parte di questa esperienza parta da quel set di competenze che identifico in Europa e in particolare in Italia, ma c'è anche la Francia, e non si tratta solo di design, si tratta di prodotti da combinare con dove stanno andando le nuove tecnologie. Sono spazi solo in parte esplorati, dove l’Europa può giocare un ruolo di rilievo e Citi sta aiutando questo tipo di aziende a realizzare i loro progetti.
Vede dei settori da privilegiare?
Penso serva un massiccio consolidamento in Europa. Abbiamo bisogno di campioni europei in molte aree. Non abbiamo campioni, ma potenzialmente ci sarebbero. Credo che nella Difesa potrebbe crearsi. Nell’energia, al momento, è più complesso.
Una ricetta per aiutare l’Europa?
«Se iniziassimo a costruire ciò di cui abbiamo bisogno invece di limitarci a proteggere ciò che già possediamo, sarebbe un passo importante. A volte, quando si costruisce ciò di cui si ha bisogno, bisogna distruggere qualcosa. Dobbiamo sentirci più a nostro agio nel distruggere. Lo dico da donna scozzese».
Non possiamo dimenticare l’Ai. Un cambiamento così radicale che preoccupa anche il Vaticano.
«Siamo solo all'inizio, ma il potenziale è straordinario. Pensiamo a Google che con DeepMind ha mappato tutte le proteine in 18 mesi, scoprendo cose che non avevamo mai scoperto prima. Lo vediamo anche nei cicli di sviluppo dei prodotti di Citi. Prima ci volevano anni per realizzare cose che ora si fanno in un paio di giorni. Ci sono ovviamente anche rischi, sul piano della sicurezza, delle frodi sui quali è necessario investire molto, ma è ancora presto per farne un bilancio».
Torniamo al settore bancario. Quali sono le principali differenze tra Stati Uniti ed Europa.
«C’è una differenza di scala: gli Stati Uniti hanno un vantaggio. Il 75% della capitalizzazione di mercato mondiale si trova negli Stati Uniti. Pertanto, la creazione di ricchezza avviene lì. Gli imprenditori americani sono bravissimi, ma hanno anche un mercato più ampio in cui operare. È molto più difficile per un'azienda italiana operare in tutta Europa rispetto a un'azienda dell'Alabama o della Louisiana operare in tutti gli Stati Uniti. Negli Stati Uniti poi le banche sono forti, ma la maggior parte delle banche americane non è focalizzata sull'America. Guardate il ruolo che Citi svolge in Italia. È la più grande banca statunitense in termini di presenza in Italia; da 110 anni lavoriamo con i nomi italiani più grandi e importanti».
La sua cura ha portato Citi fuori dalle secche del Covid e ha firmato una importante crescita negli ultimi due anni. Su cosa si è basata?
«Abbiamo una strategia molto chiara e la stiamo attuando: essere il partner di elezione per istituzioni e privati che vogliano operare a livello globale. Lo facciamo con cinque business, . abbiamo cambiato la nostra struttura organizzativa per eliminare molti errori, abbiamo chiarito a chi spetta la responsabilità delle decisioni. E poi abbiamo fatto molto per modernizzare le nostre piattaforme tecnologiche, semplificare le operazioni e i processi e, infine, garantire un buono scambio di dati. È stata una transizione molto difficile. Ci sono voluti cinque anni di duro lavoro prima che iniziasse a dare i suoi frutti. Ma ora abbiamo aumentato i ricavi del 14% nell'ultimo trimestre e i nostri profitti sono aumentati di circa il 50%, siamo in una buona posizione, ma non abbiamo finito. All’Investor Day qualche settimana fa abbiamo enucleato tre cose da tenere a mente. La prima è che manteniamo le nostre promesse. Siamo affidabili in questo. La seconda è che c'è ancora molto potenziale per noi. Ci sono tanti talenti che vogliono unirsi a noi e i nostri competitor lo sanno: è tornata la grande Citi. l terzo elemento sono le persone. C'è un'energia incredibile in banca, le persone sono orgogliose di essere qui. Sono orgogliose dell'impatto che stiamo avendo. Sanno che ciò su cui lavorano è importante per le aziende che servono. E in un mondo complicato, siamo un faro di resilienza, che aiuta le aziende a crescere. E non sono molte le aziende che possono dire di avere dipendenti che sono orgogliosi di lavorare lì. Questo fa davvero la differenza».
Come appare l’Italia vista da Citi?
«Qui ci sono diverse aziende importanti, è un hub di rilievo. Il governo è un cliente molto rilevante, ha una grande influenza su molte aziende. Serviamo le multinazionali italiane, di grandissime e medie dimensioni, tutti i marchi di lusso, l'energia e anche la difesa e le filiali italiane di multinazionali con sedi all’estero Sono poi molto orgogliosa del lavoro del nostro team italiano, l’Italia cresce molto».
Ma non possiamo negare le difficoltà italiane. Quali sono i freni maggiori?
«Penso che la burocrazia europea sia ancora molto pesante. Credo che ci sia una preferenza per gli obblighi informativi rispetto all'azione. Mi deprime il numero di conversazioni che abbiamo sulla divulgazione dei dati relativi al cambiamento climatico piuttosto che su soluzioni che promuovano la sostenibilità. Quindi penso che a volte il desiderio di proteggere faccia dimenticare l'importanza della crescita competitiva. L'Italia è migliore di altri paesi, ma talvolta la certezza del diritto è un fattore che frena. Si guarda molto alle tutele, alle protezioni, ma se ci fosse più crescita, ci sarebbe meno bisogno di protezione».