Kultur

Il pensatore della complessità: la lezione di Morin

Il pensatore della complessità: la lezione di Morin

Edgar Morin avrebbe compiuto 105 anni il prossimo 8 luglio. Nella sua lunga vita ha rivoluzionato il sapere, ha scritto un’infinità di libri e ci ha stupito per la sua vitalità, la curiosità intellettuale, la capacità di connettere tra loro le scienze. Genio della complessità e maestro di vita. Il che mette in risalto un’altra qualità umana che gli ha consentito di diventare il Maestro che conosciamo: la facilità di rapportarsi con gli altri, di comunicare e intessere rapporti personali con un’infinità di persone. Qualità che l’hanno arricchito e gli hanno permesso di assimilare e rielaborare ogni informazione senza alcun pregiudizio, riscuotendo un successo planetario.

Il suo lascito più consistente è naturalmente Il Metodo, sei volumi densissimi scritti tra il 1977 e il 2004, a cui recentemente se n’è aggiunto un settimo, Il metodo del Metodo (2025), che ha una storia particolare.
Intanto è un libro ritrovato, nel senso che il manoscritto si credeva perduto; scritto tra il 1983 e l’84 sulla Costa Azzurra, doveva essere l’ultimo volume del Metodo, di cui erano già usciti i primi due, La natura della natura (1977) e La vita della vita (1980). Per una serie di ritardi e varie vicissitudini il progetto fu abbandonato e il manoscritto finì dimenticato in qualche cassetto. Conteneva, in sintesi, tutto lo sviluppo successivo del Metodo, ma la perdita fu, a suo modo, positiva. Perché Morin, l’anno dopo, si dedicò a scrivere un nuovo terzo volume, La conoscenza della conoscenza (1986), sviluppando solo una parte dei temi affrontati nel manoscritto perduto, ampliandoli e rendendo così necessario comporre un quarto volume del Metodo, Le idee (1991), un quinto, L’identità umana (2001) e infine un sesto, Etica (2004), tutti pubblicati in Italia dall’editore Raffaello Cortina. Morin ha ritrovato l’abbozzo del terzo volume nei primi anni 2000 e, durante un convegno in Sicilia, è nata l’idea di pubblicarlo sulla rivista «Complessità» (2009-19). Col titolo La méthode de la Méthode è stato quindi pubblicato da Actes Sud nel 2024 e, in italiano, Il metodo del Metodo. Il manoscritto perduto, a cura di Annamaria Anselmo, Giuseppe Gembillo e Fabiana Russo, dalle edizioni Le Lettere nel 2025.

Ho incontrato Morin la prima volta a Milano nel 1985, durante il convegno «La sfida della complessità», organizzato da Mauro Ceruti e Gianluca Bocchi, e l’ho intervistato in occasione della pubblicazione del terzo volume del Metodo, La conoscenza della conoscenza. Il testo di quella conversazione è stato poi pubblicato l’anno successivo in L’indice dei Libri. Esattamente quarant’anni fa.
Edgar Morin non è il suo vero nome (all’anagrafe Edgar Nahoum): è lo pseudonimo scelto durante la Resistenza francese, che poi ha deciso di mantenere. Uno pseudonimo universalmente conosciuto, che è divenuto sinonimo di pensiero complesso, la grande teorizzazione epistemologica che ha messo in luce le connessioni tra vasti campi del sapere, destinati a restare chiusi nel loro ambito specifico. Morin li ha fatti colloquiare, ne ha indicato le profonde relazioni, ha aperto nuove occasioni interdiscipliari, tanto decisive da cambiare il destino delle scienze. Un metodo che rientra nell’epistemologia, poiché solleva lo sguardo su aspetti diversi della conoscenza e riesce a dare una visione d’insieme delle loro interazioni.
Fin dalle prime pagine del Metodo, si ha l’impressione, infatti, di accedere a un’innovativa modalità del sapere, a cominciare dalla rivalutazione del disordine, che unisce con un filo diretto la fisica alla biologia, fino a spiegare il comportamento sociale. Il termine complessità («ciò che non è semplice») prevede una grande opera di comprensione, dovuta al lavoro paziente di un fine tessitore che ha saputo mettere assieme contributi diversi, spesso lontani fra loro: Jean Monod (biologia), Henri Atlan (biofisica), François Jacob (genetica), Ilya Prigogine (termodinamica), René Thom (matematica), Francisco Varela (neuroscienze), Cornelius Castoriadis (filosofia), Ludwig von Bertalanffy (teoria dei sistemi), John von Neumann (informatica), Heinz von Foerster (filosofia e fisica), Norbert Wiener (cibernetica) e altri.

In occasione del suo centenario è uscito I ricordi mi vengono incontro (Raffaello Cortina, 2020), più un memoriale che una biografia: settecento pagine in cui ricostruisce gli episodi salienti di una vita intensa, che permettono di scoprire la personalità di un intellettuale di grande acume.
I ricordi non è il suo primo libro autobiografico: Morin ha sempre dimostrato una capacità straordinaria di raccontarsi e fissare i punti nodali del suo cammino, in una sorta di automnemosi compulsiva, mai mitigata col passare del tempo. Nel 1959 pubblica l’Autocritica riferita al periodo della seconda guerra mondiale e alla sua adesione tormentata al marxismo. Nel 1969, durante la convalescenza dall’epatite contratta in America latina, si racconta in Il vivo del soggetto, seguita l’anno successivo dal Diario di California, dove riporta la sua esperienza al Salk Institute. Nel 1981 trova il tempo, tra la stesura del secondo e del terzo volume del Metodo, di scrivere Diario di un libro, in cui registra, giorno dopo giorno, i progressi, i pensieri, le osservazioni di quell’intenso periodo creativo. Del 1989 è Vidal mio padre. Storia di una grande famiglia, mentre del 1994 è I miei demoni, dove si definisce «neo-marrano», rivela per la prima volta particolari della sua nascita e confessa la sua capacità di partecipare a mondi diversi, pur sentendosene estraneo. Nel 2011 I miei filosofi, dove paga il suo tributo, da Eraclito in poi, ai pensatori che hanno segnato la sua formazione e infine Il mio cammino, con Djénane Kareh Tager nel 2013. 

La sua biografia è straordinaria. A cominciare dal dramma iniziale alla nascita, che ha dato l’imprinting a un’esistenza particolare. Sua madre, Luna Beressi, di origine italiana, aveva contratto l’influenza spagnola – l’epidemia che causò oltre 50 milioni di morti nel mondo tra il 1918 e il ’20 – che le aveva lasciato una lesione cardiaca. A causa delle complicazioni del parto, Edgar era nato apparentemente senza vita, strangolato dal cordone ombelicale, e solo dopo un lungo tentativo di rianimazione aveva ripreso le funzioni vitali. Quel trauma l’ha accompagnato per tutta la vita, unitamente a quello della scomparsa della madre quando aveva solo dieci anni, determinando fin da allora – come egli stesso osserva non senza ironia – la sua strenua resistenza alla morte.
Forse proprio per la perdita della madre, il piccolo Edgar rifiuta inizialmente la scolarizzazione: quasi una contraddizione per chi scriverà La testa ben fatta quasi settant’anni più tardi. E a leggere viene da osservare quanto spesso i grandi che hanno cambiato la storia dell’umanità abbiano avuto percorsi di studio irregolari. Non erano enfants prodiges, né avevano alle spalle famiglie agiate. Da adulto, l’adesione problematica al partito comunista durante la seconda guerra mondiale e la costante critica antistalinista, culminata con la sua espulsione dal partito nel 1951, non gli hanno impedito di mantenere un coerente pensiero di sinistra, contro ogni oppressione, sempre in favore della libertà. Nel 1991, nella prefazione a una nuova edizione di Autocritica, scrive risoluto: «Dopo il 1989-90 il comunismo non è stato superato: è divenuto il passato. Il comunismo, come si è realizzato nei partiti comunisti, nel potere dell’Urss, nelle esperienze cinesi, vietnamite, cubane o altre, non riguarda più il nostro presente».

I ricordi registra con minuziosa attenzione ogni evento degno di nota: dall’incontro con François Mitterand durante la guerra all’amicizia con Marguerite Duras; dalla collaborazione con Roland Barthes e Georges Friedmann, con cui fonda nel 1961 la rivista Communication, agli anni dell’insegnamento e della ricerca al Crns.
«Tutto sembra dover finire nell’incertezza e nella precarietà. – scrive – È strano: è al CNRS e grazie al CNRS che ho avuto la libertà, la possibilità, il tempo di fare ricerche complesse e di elaborare il metodo della complessità, mentre tutto vi è organizzato e istituito per eliminare la complessità. Ho sempre più bisogno di riposo e di serenità, ma al tempo stesso ho sempre bisogno di essere attivo e dedicarmi a questo mito che chiamo “la mia missione”. Continuo ad amare la vita e ad aver orrore delle sue crudeltà».
Quasi un secolo dopo è stato testimone di una nuova pandemia, che presenta una stretta parentela con l’influenza spagnola di un secolo fa.
Un cerchio che si chiude, lo spettro del passato che ritorna, oppure un’inquietante coincidenza? Piuttosto che cedere al pessimismo, le criticità del presente offrono l’occasione a Edgar Morin di rinnovare la speranza nelle capacità umane di riscatto, esortandoci ancora una volta a «cambiare strada» per andare avanti.

30 maggio 2026, 10:26 - Aggiornata il 30 maggio 2026 , 10:40

Vielleicht verpasst