Nel mezzo di questa calda estate, può sembrare confortante parlare dell’inverno demografico che da tempo l’Italia sta vivendo. Ma è un problema serio la cui dimensione, cause, conseguenze e rimedi sono talvolta poco compresi.
Partiamo dalla dimensione del problema. Spesso lo si misura guardando al numero dei nati in Italia, che è sempre più basso. Ma il numero dei nati riflette due cose: il numero di donne in età fertile e il numero di figli per donna in età fertile (il cosiddetto tasso di fecondità). Visto che il numero di donne in età fertile dipende, a sua volta, dal numero di nascite negli anni passati, si capisce che la variabile da cui ha origine tutto è il tasso di fecondità. È da lì che dobbiamo partire per capire quando è iniziato il nostro inverno e quanto grave sia.
Il grafico qui sopra vi mostra il tasso di fecondità dagli anni ‘50 a oggi. Fino all’inizio degli anni ’70, questo tasso rimane ben sopra due. Se due genitori danno vita a più di due figli, la popolazione cresce. È quello che avviene in Italia fino agli anni ’60, in cui anzi si raggiunge un picco di 2,7 (nascono i baby boomers). Poi inizia l’inverno: il tasso di fecondità precipita da 2,4 figli a inizio anni ’70 a 1,4 figli a metà degli anni ’80, un livello che comporta una riduzione della popolazione. Il tasso di fecondità scende ulteriormente, fino a 1,2 nei primi anni ’90. Poi c’è una ripresa, fondamentalmente per l’arrivo di migranti che hanno un numero di figli più elevato di quello degli italiani. Sul finire del primo decennio del XXI secolo riprende la discesa che continua senza interruzioni fino al 2025, quando il tasso di fecondità raggiunge un minimo assoluto di 1,14 figli per donna.
Il numero di nati (pure riprodotto in questa pagina) segue gli sviluppi del tasso di fecondità. Dal boom di quasi un milione di figli del 1964, si torna a livelli di 900mila nati a fine anni ’60. Poi inizia il vero calo. Il numero dei nati si stabilizza però intorno ai 550mila nati tra la metà degli anni ’80 all’inizio degli anni ’10, anche perché, nonostante il basso tasso di fecondità, raggiungono l’età adulta i baby boomers (il numero dei potenziali genitori cresce). Inizia poi un rapido e continuo calo, anche per la riduzione del numero dei potenziali genitori. L’anno scorso i nati sono stati solo 355mila.
Cosa causa l’inverno demografico? Se chiedete in giro, la risposta più frequente è: «La crisi economica: chi può far figli quando l’economia e le retribuzioni non crescono?». In realtà, come abbiamo visto, il crollo demografico ha origini antiche e ha poco a che fare con la deludente performance economica degli ultimi vent’anni, cui si può al più imputare il calo del tasso di fecondità da 1,4 figli della fine degli anni ’00 ai valori attuali. Ma il problema si è sviluppato ben prima quando l’economia italiana cresceva ancora rapidamente.
Occorre cercare altrove le cause di un fenomeno che ha peraltro colpito quasi tutto il mondo. Per spiegarlo vi rimando ai vari lavori pubblicati in Italia, per esempio, da Alessandro Rosina e Francesco Billari. Mi limito a due considerazioni. Da un lato la diffusione degli anticoncezionali ha reso la procreazione una scelta, più che un fenomeno naturale. Dall’altro, il mutato ruolo della famiglia e della donna nella società, di per sé uno sviluppo di importanza fondamentale, non è stato accompagnato da politiche che rendessero facile conciliare l’attività lavorativa con la procreazione.
Quali sono le conseguenze dell’inverno demografico? La prima è ovvia: se due genitori procreano un solo figlio, la popolazione e la forza lavoro calano. Non solo: quando i genitori smetteranno di lavorare saranno rimpiazzati solo da una persona, il che crea una persistente mancanza di lavoratori. Ma c’è una seconda conseguenza, meno ovvia. Vari studi hanno trovato che in Paesi che invecchiano (pochi giovani e tanti anziani) il prodotto per lavoratore (la produttività) tende a crescere meno, forse perché i giovani hanno più inventiva o perché chi ha figli per dar loro un futuro migliore si impegna di più nel lavoro. Il Paese, quindi, cresce meno non solo perché ci sono meno lavoratori, ma anche perché ogni lavoratore è meno produttivo.
Che fare allora per uscire da questa situazione? Non ci sono purtroppo cure miracolose. Due strategie, o una combinazione di queste, sono possibili.
La prima è volta ad aumentare il tasso di fecondità. La spesa pubblica può essere usata per questo scopo. Le cose che sembrano funzionare meglio sono quelle che consentono di conciliare il lavoro con la procreazione (asili nido e congedi parentali, per esempio). Il problema è che queste politiche hanno, ovviamente, un effetto ritardato sul numero di lavoratori («Per fare un uomo ci voglio vent’anni» come cantavano I Nomadi e Guccini). Ma, soprattutto, l’effetto di queste politiche sul tasso di fecondità, seppur positivo, è quantitativamente piuttosto basso. In generale, nessun Paese dove il tasso di fecondità sia sceso a livelli sotto 1,5 figli, come l’Italia, è mai riuscito a ritornare su livelli vicini a 2 per periodi sostenuti.
La seconda strategia è volta ad adattarsi a vivere con un più basso tasso di fecondità, prendendo misure compensative. Un primo gruppo di queste misure dovrebbe essere volto ad aumentare il tasso di crescita della produttività: il minor numero di giovani può essere compensato, in termini di disponibilità di risorse, da una loro maggiore produttività. Una difficoltà è però che, come abbiamo visto, in una società anziana la produttività tende a crescere meno. In generale, riformare l’economia italiana per alzare la produttività è stato finora molto arduo.
Un secondo gruppo di misure dovrebbe essere volto a creare un flusso di migranti con arrivi regolari (non sbarchi senza un permesso) e a favorirne l’integrazione. Non stiamo facendo molto in proposito e, a dire il vero, non è una cosa facile da realizzare. Gli sbarchi irregolari continuano e che esistano problemi di integrazione è ovvio a tutti, come confermato da un tasso di povertà e di criminalità molto più alto per gli stranieri.
Concludendo, non abbiamo politiche adeguate a risolvere il problema del crollo demografico. Il meglio che possiamo dire al momento è «mal comune, mezzo gaudio»: il problema della denatalità riguarda ormai tutti i Paesi avanzati e anche una buona parte di quelli con livelli di reddito più bassi dei nostri.
30 lug 2026 | 07:40