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Franzoni: «In famiglia usiamo il latino, i fumetti mi danno insegnamenti di vita. Io il Kimi dello sci? No, solo Giovanni»

Franzoni: «In famiglia usiamo il latino, i fumetti mi danno insegnamenti di vita. Io il Kimi dello sci? No, solo Giovanni»

Giovanni Franzoni, ha avuto modo di rendersi conto che lei ormai è la nuova stella dello sci azzurro?
«Sì, abbastanza…».

Eccolo qui lo «stile bresciano» di Giovanni, il ragazzo che non si monta la testa. Però ora che si avvicina la ripartenza della stagione del suo sport, c’è quell’«abbastanza» da decifrare.

Ci spieghi l’avverbio.
«Ho inquadrato molto di quello che mi è successo, ma non tutto. L’argento olimpico è il ricordo più presente. I successi a Wengen e a Kitzbuehel non mi hanno invece lasciato il tempo di elaborare. Così ogni tanto guardo ancora qualche video, qualche foto. Però è come se fossi il ragazzo di prima. Non è cambiato nulla, anche se so di aver raggiunto il mio sogno: vincere almeno una gara. Adesso non ho sogni, ma tanti altri obiettivi: gli obiettivi sono diversi dai sogni».

Che cosa l’ha sorpresa di sé stesso?
«Il fatto di riuscire a mantenere la calma in una stagione tanto impegnativa. D’estate me la faccio sotto pensando alla nuova annata, ma quando vado al cancelletto i dubbi spariscono: è una svolta che mi stupisce sempre».

Le paure sono l’aspetto che meno le piace di Giovanni Franzoni?
«In realtà no: c’è sempre bisogno dei dubbi, anche perché stuzzicano a dare di più».

Marco Odermatt, re dello sci, la teme: è tanta roba.
«Non avrei mai pensato di arrivare a un livello del genere. Sapere di poter competere con lui e con altri del suo valore è la cosa che mi dà più fiducia».

Arriva sempre il momento in cui un allievo supera il maestro.
«Marco è un osso duro: per batterlo serve consistenza e questa è la cosa più difficile da trovare. Sto lavorando per superarlo più spesso: missione complicata».

È vero che al Gp di Monaco di F1 avete fatto baldoria assieme?
«Entrambi siamo stati invitati. Abbiamo cenato assieme agli altri della squadra svizzera venuti con lui, poi a una certa ora mi sono staccato perché non reggo i suoi ritmi…».

Ora gli avversari la squadrano con aria antipatica, dato che Franzoni è forte?
«No, sono più considerato. Tra noi velocisti c’è molto rispetto: condividiamo uno sport rischioso».

Ha mai immaginato di correre in auto?
«Se ci fosse l’occasione mi butterei a capofitto. Sarei portato, anche perché ho passato ore e ore al simulatore con la playstation. E anche in pista, con i kart e con le auto, non me la cavo male».

Immaginiamo per chi tifa in F1…
«Per la Ferrari e per Antonelli. Ho conosciuto il padre, con Kimi i contatti per ora sono tramite messaggi. Mi sembra un gran ragazzo: ha tutto il mio appoggio».

Lei sarà il Kimi Antonelli dello sci?
«Non sarebbe male, a livello di risultati. Però a me piace essere sempre Giovanni Franzoni, non la copia di qualcuno».

Giovanni dall’ottima cultura. Merito dei genitori.
«Mi hanno insegnato valori importanti come l’importanza dell’istruzione».

Il latino, che lei ha studiato, è lingua viva o morta?
«Purtroppo è una lingua morta. Ma qua e là viene ancora usato e questo basta a riportarci alla bellezza della cultura del passato».

Papà, ex paracadutista, è rigido: la sua durezza è servita?
«È uno di vecchio stampo e di poche parole, ma ti fa capire subito come funziona il mondo. Ha messo in riga me e mio fratello, ci ha fatto sudare per guadagnare ciò che volevamo: l’essere cresciuto nel rigore mi ha dotato di spalle larghe».

I fumetti, altra passione.
«Sono partito anch’io da Topolino, virando poi su Geronimo Stilton e su altri personaggi, fino ai manga. I fumetti mi fanno entrare in un’altra dimensione e danno pure insegnamenti di vita».

Tatuaggi nuovi da dichiarare?
«No, ho i soliti tre. Anche se mio padre li odia: quando feci il primo mi disse che l’avrebbe bruciato».

2027, anno con il Mondiale: Franzoni all’attacco?
«Prima dovrò qualificarmi per Crans Montana: mai mettere il carro davanti ai buoi. Il Mondiale sarà poi su una pista a me molto sfavorevole. Ma lo dicevo pure della Val Gardena, poi lì ho ottenuto il primo podio nella Coppa del Mondo».

Perché lei è un velocista «nuovo»?
«Forse perché ho aggiunto una tecnica moderna, sviluppata sulla scorrevolezza. Il discesista classico si basava sulla potenza, ma era meno atletico».

Il difficile viene ora?
«Più o meno… Tante volte ripenso all’inizio della carriera e a quanto ho dovuto lavorare per arrivare dove sono oggi. Ma se ingrani la marcia, le cose diventano più facili. Nulla sarà però mai scontato: appena ti rilassi, perdi il treno».

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