Economia

Data center in Italia, 37 miliardi di investimenti potenziali e 26 mila occupati entro il 2036

Data center in Italia, 37 miliardi di investimenti potenziali e 26 mila occupati entro il 2036

Il cloud ha bisogno di fondamenta, impianti elettrici, sistemi di raffreddamento. E di persone. Dietro i servizi digitali e la corsa all’intelligenza artificiale, in Italia prende forma una filiera industriale che potrebbe sostenere circa 26 mila occupati equivalenti a tempo pieno entro il 2036, tra attività diretta, fornitori e indotto. A questi si affianca un fabbisogno distinto, legato alla realizzazione delle infrastrutture: circa 20 mila addetti equivalenti all’anno, in media tra il 2026 e il 2036, per sviluppo, progettazione, costruzione e messa in esercizio dei nuovi data center.

Sono le dimensioni potenziali di un settore la cui crescita si misura tanto nei megawatt quanto nella capacità di coinvolgere imprese e professionalità italiane. La ricerca realizzata da Grezya Data Center Consulting Group per Ida (l’Italian Datacenter Association) stima 36,9 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali potenziali nel periodo 2026-2036. Il valore aggiunto operativo diretto delle strutture potrebbe raggiungere circa 3,9 miliardi di euro annui nel 2036. Per arrivarci, però, i progetti dovranno ottenere autorizzazioni, connessioni elettriche e clienti, oltre a trovare le competenze necessarie per costruire gli impianti e mantenerli in funzione.

Il punto di partenza occupazionale è ancora contenuto. Per la capacità commerciale già operativa, lo studio stima circa 1.200 addetti diretti equivalenti a tempo pieno: il lavoro necessario alla gestione e al funzionamento delle strutture. Il dato riguarda questo specifico perimetro, senza includere i profili informatici interni alle aziende che gestiscono centri dedicati alle proprie esigenze.

Con la piena attivazione dei progetti considerati, l’occupazione diretta ricorrente potrebbe salire a circa 11.900 addetti equivalenti entro il 2036, dei quali 10.700 associati alla nuova capacità. A regime, la filiera operativa sosterrebbe inoltre circa 11 mila addetti equivalenti indiretti presso fornitori e appaltatori, mentre i consumi dei lavoratori alimenterebbero altri 3 mila addetti equivalenti nell’indotto. Il totale arrotondato è dunque nell’ordine di 26 mila.

La misura utilizzata è quella degli FTE, gli equivalenti a tempo pieno: quantifica il volume di lavoro, non il numero di persone distinte né quello delle nuove assunzioni. Anche i 20 mila addetti equivalenti annui medi richiesti dalle attività di progettazione e costruzione vanno letti separatamente dall’occupazione ricorrente. Descrivono il fabbisogno temporaneo dei progetti lungo il decennio; il susseguirsi dei cantieri può favorire la continuità di impiego, ma non consente di sommare i due valori in un unico totale di posti permanenti.

La fotografia del mercato mostra una base già riconoscibile. Alla fine del 2025, in Italia risultavano 61 aziende e 110 data center commerciali, per circa 460 megawatt di potenza destinata agli apparati informatici. Considerando anche i centri dedicati alle esigenze interne di singole organizzazioni, la capacità complessiva raggiungeva circa 760 megawatt, contro i 600 di fine 2024. Si tratta di potenza installata, distinta dall’energia consumata nel corso dell’anno.

Milano rimane il principale polo nazionale, grazie alla concentrazione di clienti, reti, competenze e servizi. Roma è il secondo polo, mentre i corridoi industriali del Nord e i nodi mediterranei offrono ulteriori spazi di sviluppo. La geografia dei data center segue infatti più condizioni contemporaneamente: la vicinanza alla domanda, la disponibilità di energia, i collegamenti in fibra e l’accesso alle reti internazionali.

Entro il 2031, la capacità commerciale potrebbe raggiungere circa 2-2,3 gigawatt. Il perimetro dei progetti futuri qualificati comprende 1.839 megawatt: 230 in costruzione, 673 in sviluppo e 936 in una fase preliminare, sostenuta da evidenze riconoscibili ma ancora soggetta a maggiore incertezza. Sono quindi iniziative con gradi diversi di maturità, che non corrispondono tutte a capacità già venduta o a date certe di apertura. Un’ulteriore domanda potenziale potrebbe portare lo scenario complessivo fino a circa 3,4 gigawatt nello stesso periodo.

L’intelligenza artificiale è tra i principali motori di questa espansione. Nella rilevazione Ida, 53 partecipanti su 80, circa il 66%, indicano AI, processori grafici e infrastrutture ad alta densità tra i fattori di crescita del mercato. Per ospitare questi carichi di calcolo servono impianti capaci di concentrare più potenza e smaltire più calore, con conseguenze sulla progettazione elettrica e sui sistemi di raffreddamento.

I 36,9 miliardi di investimenti potenziali riguardano la costruzione e l’allestimento delle infrastrutture; i 67 miliardi stimati per l’hardware ospitabile, dai server ai processori, misurano invece una grandezza distinta, che non va sommata alla prima né coincide con il valore trattenuto in Italia. Per la filiera nazionale le opportunità spaziano dalle opere civili alla manutenzione, ma pesa la carenza di competenze: la segnalano 53 degli 80 partecipanti alla rilevazione, mentre 48 indicano una formazione tecnica ancora poco allineata alle esigenze del settore e 46 la scarsa conoscenza dei data center tra i giovani. Servono responsabili di progetto e di cantiere, tecnici elettrici e meccanici, specialisti del raffreddamento e della gestione degli impianti.

Nello stesso scenario, la ricerca stima anche 467 milioni di euro annui di consumi sostenuti dai redditi dei lavoratori diretti e indiretti, 111 milioni di contributi e opere connessi allo sviluppo dei progetti e 29,6 milioni annui di fiscalità immobiliare lorda, dei quali circa 9 milioni destinati ai territori.

Conta anche il rapporto con i territori. Nei 34 progetti esaminati attraverso la documentazione ambientale, l’80% delle superfici riguarda aree già urbanizzate o dismesse, il restante 20% aree non precedentemente urbanizzate. Il riuso dei siti esistenti può accompagnare lo sviluppo, insieme alla valutazione dei consumi e dei benefici locali. La crescita richiederà quindi capitali e professionalità: i megawatt ne indicano la dimensione, le competenze decideranno quanta parte resterà nel Paese.

8 ott 2026 | 08:42

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